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TRENTASEI ORE DI DELIRIO
TRENTASEI ORE DI DELIRIO
"Storie maledette", RAI Tre, qualche mese fa.
Ottavio è di Roma, avrà più o meno 26 anni. Estrazione alto-borghese, non ha inflessione né accento tipicamente romani.
È figlio unico, beneducato, istruito, leggermente bleso. Ha frequentato la scuola tedesca. Era sua madre, dice, a volere che lui imparasse il tedesco. Secondo lei era una lingua che si deve imparare da giovani. Aveva scelto lei quella scuola, gli insegnanti erano severissimi A diciassette anni Ottavio ha avuto un ictus durante l'ora di educazione fisica - una prova di resistenza sotto sforzo, cronometro alla mano. All'ictus seguono mesi di riabilitazione per recuperare l'uso della parola e la mobilità del lato sinistro del corpo.
Muore il padre, subito dopo la madre decide di cambiare casa. Non c'è un motivo specifico, decide lei da sola. "La casa dove vivevo prima era luminosa e ampia", dice Ottavio al magistrato.
Va a vivere con la fidanzata, una ragazza inglese che all'epoca studiava a Roma. È arrivata da Londra per testimoniare al processo. Depone in italiano, è una scrittrice, dice di aver conosciuto Ottavio quando lei aveva appena finito di scrivere il primo libro.
Margareth riferisce del rapporto madre-figlio, conflittuale, difficile. Parla di una madre gelida, molto dura, anche violenta nel rimproverare il figlio. Non tollerava che lui si servisse di espressioni sopra le righe. Una volta la madre di Ottavio li aveva invitati tutti e due a colazione, era volato uno schiaffone in seguito a una parola forte "ma non particolarmente volgare", sottolinea Margareth. Lei e Ottavio vivono insieme due anni, poi lui la tradisce, lei lo lascia. Dopo la rottura sono rimasti amici.
Ottavio abbandona gli studi universitari, prima di architettura, poi di design industriale. Vuole dedicarsi alla musica. Suona da tempo, è un bravo chitarrista. Scarta la via del conservatorio, indicata dalla madre. Decide di andare a Londra per tentare la carriera musicale. Di giorno lavora in un pub, la sera suona nei locali con altri ragazzi come lui.
Passano tre mesi, un giorno si sente tanto male da non riuscire a tenere in mano i bicchieri. Si spaventa, chiama lo zio medico a Roma. "Era molto agitato, diceva di avere i sintomi della sclerosi multipla", riferisce lo zio.
Ottavio torna a Roma, la madre va a prenderlo all'aeroporto. "Mi chiedo come facesse a non accorgersi che stavo malissimo. Con la mano reggevo la custodia della chitarra, non ce la facevo a tenerla, camminavo a fatica".
Tornano a casa. La madre telefona di nascosto a un medico, un neurologo di sua conoscenza. Il neurologo riferisce che la donna era preoccupata, le sembrava che il figlio stesse molto male. Voleva farlo vedere da uno psichiatra, ma non voleva dire niente al figlio.
Ottavio e sua madre prendono un autobus. È agosto, nell'autobus quasi non si respira. Arrivano all'ospedale, sull'Isola Tiberina. Il medico riferisce che durante il colloquio Ottavio non riusciva a stare fermo, si alzava continuamente dalla sedia. A un certo punto lo sente dire "Io sono figlio di una rana".
È un altro teste a spiegare questa frase, una donna che lo conosce bene, era la sua tata quando era piccolo. Cinquant'anni circa, capelli sale-pepe, ricci, molto voluminosi. Inforca degli occhialetti neri, rettangolari, la catenella agganciata alle stanghette ondeggia sulle guance. È laureata in biologia - il Pubblico Ministero lo sottolinea quando ricostruisce l'infanzia dell'imputato e il tipo di educazione ricevuta in quella famiglia alto-borghese. La donna dice che da piccolo Ottavio si interessava molto alle scienze ed era stato particolarmente colpito dalla trasformazione del girino in rana quando ne avevano parlato a scuola.
Ottavio è imputato di omicidio. Delitto compiuto in stato di delirio. "Un delirio durato 36 ore", dice lo psichiatra che lo cura in carcere.
Ha strangolato la madre con le mani nude. Poi con un taglierino ha cercato di tagliarle i polsi. Il PM chiede spiegazioni sul taglierino, visto che la donna era già morta. "Ricordo che in quel momento non volevo che si svegliasse".
Poi esce di casa, vaga per la città. Ottavio ricorda poco di quelle ore. Ricostruzione dei fatti in base alle testimonianze: chiede una stanza in un albergo di Trastevere, dice al portiere che vuole farsi la doccia. Il portiere ricorda che gli era sembrato strano, tutto sudato. Ottavio prende una stanza, chiede altri asciugamani, il portiere glieli porta in camera.
Ottavio lascia l'albergo quella notte stessa. Lo zio lo trova a casa della madre il giorno dopo. Non è in sé.
Ottavio è in carcere da molti mesi. Lo hanno affidato a uno psichiatra. Quando si è reso conto dell'accaduto, ha detto "Questo è l'inferno".